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Relazione presente nel Laboratorio:

Marta Castiglioni

Modelli ed esperienze di mediazione linguistico culturale

Marta Castiglioni, docente antropologia; Presidente Cooperativa Kantara, Milano


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Relatore: Marta Castiglioni L’esperienza di mediazione linguistico-culturale sviluppata a partire dal 1991 con Kantara è stata una fonte di sollecitazione e di stimolo costante alla riflessione. Lo sforzo compiuto in questi anni ha puntato all’uscita dalla fase di sperimentazione, con l’elaborazione di un modello d’intervento, applicabile e adattabile a diversi contesti. La costruzione di un modello d’intervento in ambito socio-sanitario e sociale ha attraversato varie fasi di sviluppo. Primo livello d’intervento Il punto di partenza è stato la necessità di rendere possibile e di migliorare la comunicazione all’interno del rapporto interpersonale fra operatori dei servizi e utenti stranieri. In questo senso possiamo affermare che la porta d’entrata alla mediazione linguistico-culturale è stata la traduzione. Una traduzione nella quale “pur sapendo che non si dice mai la stessa cosa, si possa dire quasi la stessa cosa” (3). L’estensione del quasi dipende da criteri che vanno concordati preliminarmente tra operatore e mediatore (accordo di traduzione). In questo senso “dire quasi la stessa cosa” è un procedimento che è già mediazione/negoziazione.Il lavoro di traduzione del mediatore non è trovare equivalenti in significato fra le parole, ma fare capire nel contesto, il senso dei discorsi dell’utente e dell’operatore. Nella traduzione si gioca la fiducia fra operatore e mediatore. La fatica del lavoro di traduzione, inteso nel senso di “dire quasi la stessa cosa” e di negoziazione di senso deriva dallo sforzo, non solo del “capirci” ma del “sapere come procedere, ” sulla via della reciprocità e del riconoscimento. Gli aspetti linguistici comunicativi, per quanto riguarda i contenuti, sono solo un aspetto della mediazione. Abbiamo sostenuto, fin dall’inizio del nostro lavoro, che la presenza del mediatore significa l’introduzione di un terzo nella relazione. Fare mediazione significa creare un “terzo luogo”, uno spazio intermedio di negoziazione e simbolizzazione. Nella pratica si produce il passaggio da una relazione a due ad una relazione in cui la dimensione simbolica rappresentata dal mediatore rimanda alla cultura, alla comunità d’origine ma anche alla norma sociale, religiosa, giuridica. Ogni gruppo, ogni ethnos, ogni cultura erige i propri valori fondamentali considerandoli assoluti per i suoi membri. Ma alcune società – e quelle occidentali, per antonomasia-, considerano i propri valori assoluti per l’intera umanità, e li impongono, appunto come universali. Vorrei perciò iniziare con un racconto che mi sembra un buon esempio d’incapacità di produrre un pensiero autodecentrato All’inizio del 700 nella corte del Re Sole sono stati introdotti e tradotti in francese da Antoine Galland (orientalista, traduttore, uomo di lettere) – con successo clamoroso- il ciclo di racconti arabo musulmani “Le Mille e una notte”, il cui personaggio principale, la giovane fanciulla Sharazad, riesce a rimandare di notte in notte il suo destino di essere decapitata all’alba, avvincendo, con la narrazione di un racconto, il suo crudele re e consorte. Esiste tuttavia un particolare, perfino soppresso in alcune edizioni, che è trascurato da quasi tutti i commentatori occidentali delle “Mille e una notte”. Infatti, Sharazad non poteva come ci hanno raccontato, rivolgersi direttamente con i suoi racconti al re consorte; affermare che ciò fosse possibile, significa pensare il rapporto tra i sessi e lo status della donna, secondo il modello occidentale, è considerare il modello occidentale universale e unico possibile. I racconti di Sharazad sono diretti (in questo risiede la sua furbizia) a Dunyazad, la sua sorella minore, sapendo che, il re, l’ascolta, velato da una tenda. E’ introduzione di questo terzo/ mediatore che salva la vita a Sharazad e ci induce a considerare le cose da un altro punto di vista, abbandonando, per quanto possibile una posizione autoreferenziale ed etnocentrista. Dico “per quanto possibile”, senza illusione, consapevole in questi ultimi anni più che mai, che come afferma Claude Lévi Strauss, l’etnocentrismo è insito nell’essere umano e porta ogni gruppo a considerare universalmente umane e quindi giuste, le proprie istituzioni, i propri valori e perfino le proprie guerre! , rigettando fuori della cultura, nella barbarie, gli altri, i diversi. Secondo livello d’intervento Migliorare la comunicazione ha permesso di migliorare la relazione, evitando in questo modo l’insorgere di malintesi culturali fonti principale di conflitti. Il MLC fa da “pompiere” e con la sua presenza abbassa il livello di tensione In ambito sanitario e socio-sanitario il mediatore si trova a dovere individuare una forma estrema di modalità di relazione fra operatore e utente straniero: il dissidio. Il concetto di dissidio mette in evidenza il non condiviso, “significa un oltrepassamento” (.F.Lyotard), un punto estremo nel quale i configgenti non si riconoscono in quanto tali , come se viaggiassero in mondi paralleli. “Il dissidio, da un certo punto di vista, è impensabile perché non ha parole traducibili per manifestarsi, è, non a caso, incomprensibile” alle parti in conflitto Il dissidio divide e non permette un terreno comune, ”non interrompe alcuna comunicazione per il semplice fatto che comunicazione non c’è” . Questa affermazione di Eligio Resta (certo non riferita al dissidio tra l’estraneo e il familiare) ci permette introdurre l’idea che in presenza del dissidio, il compito del mediatore linguistico-culturale sia paradossalmente trasformare il dissidio in conflitto, vale a dire, deve trovare le parole che permettano la traduzione dell’uno nell’altro. Nel momento in cui si trovano le parole per esprimere il dissidio, si è già sulla via della metamorfosi: il dissidio diventerà conflitto, sarà comprensibile alle parti e si aprirà uno spiraglio di trasformazione, per arrivare così ad un reciproco riconoscimento. In ambito socio-sanitario e sociale sono possibili due tipi di dissidio: Nel primo tipo di dissidio, le parti confliggenti hanno lo stesso obiettivo (ad esempio dare/ottenere delle cure, ricuperare la salute) ma hanno rappresentazioni e/o valori culturali differenti riguardo al modo di raggiungere l’obiettivo (fanno riferimento a concetti di salute e di malattia differenti). La differenza nella percezione del rischio (Douglas, 1993) produce discorsi e pratiche e comportamenti sociali che, nella relazione terapeutica, danno luogo questo tipo di dissidio. In generale salute/malattia, normale/patologico non sono degli stati “naturali” autonomi dal sistema sociale e dalle sue rappresentazioni, non sono separati dalle condizioni socio-economiche e culturali in cui si producono salute e malattia. Ciò diventa cruciale nella relazione terapeutica fra operatore/terapeuta e paziente immigrato quando non si creano spazi di mediazione e riconoscimento. Il corpo, la salute, il disturbo, la cura sono luoghi in cui si attribuisce significato al proprio percorso immigratorio e validità alle categorie e alle pratiche connesse al sentimento di integrità fisica, psichica e sociale e quindi al sentimento di salute. Nella nostra esperienza di lavoro con le mediatrice linguistico-culturali, l’adesione al trattamento da parte del paziente immigrato dipende in gran misura dalla possibilità di individuare e di riconoscere le fonti di dissidio. Nelle secondo tipo di dissidio, i configgenti fanno riferimenti ad universi normativi dissimili. Sappiamo che sono le norme sociale, religiose, giuridiche ad indicare quale sia il comportamento considerato “normale”, la condotta appropriata all’interno del gruppo di riferimento. Culture e comunità differenti, con norme differenti per dare forma e conoscere la realtà, giudicare e ragionare, hanno una percezione dei fatti molto diversa. E’ la concezione culturale stessa di conflitto e dei suoi rimedi che cambiano in relazione all’etica religiosa. “ un sistema orientato alla concorrenza e all’etica del premio, il conflitto appare inevitabile ma gestibile ed è quindi forte il legame tra la razionalizzazione dei sistemi giuridico-politici e la cultura della vita quotidiana che la accompagna. E’ molto più decisiva la separazione tra diritto e morale (comportamento), la modalità di relazione fra norma giuridica, norma sociale e norma religiosa segna la differenza tra oriente e occidente”. Il lavoro di mediazione non dovrà essere la trasformazione della differenza in differenza compatibile, tollerata e non dovrà nemmeno imporre dall’alto l’appartenenza comune (“siamo in Italia”, “adesso abiti in Italia e qui si fa in questo modo”). Il mediatore linguistico-culturale si trova in questo caso ( dissidio del secondo tipo) tra due ordini linguistici e culturali che non entrano nemmeno in contatto, dove l’incomprensione e il non riconoscimento sono reciproci. Terzo livello d’intervento Il mediatore come agente di cambiamento sia per il servizio sia per l’utente. Il risultato finale dovrebbe essere un cambiamento complessivo Esempio: La finalità qualificante del Progetto Anahi mirava allo sviluppo di competenze delle comunità immigrata nel suo insieme, attraverso l'utilizzo e l’offerta di risorse che permettessero la crescita delle capacità dei suoi membri di prendere decisioni e di adottare modalità adeguate (empowerment), in modo di potere fare fronte ai problemi riguardanti la salute e la malattia. Di conseguenza il primo obiettivo è stato conoscere e riconoscere le risorse comunitarie già esistenti, in relazione alla prevenzione e promozione della salute. Abbiamo adottato un approccio che si è concentrato sul soggetto donna con i sui diritti, per potere garantire la fruibilità del servizio e che ci ha anche indirizzato sia al concreto della quotidianità del puerperio, della maternità, dell’allevamento sia al simbolico della filiazione, dei riti di protezione. Un tentativo d’azione medico-terapeutica in cui si potessi mantenere insieme la nozione di care(prendersi cura) e cure (terapia) vale a dire , vale a dire la competenza tecnico scientifica e la solidarietà interpersonale. Metodologia d’intervento: prevenzione comunitaria partecipativa La creazione di un dispositivo tecnico Quindici anni fa dunque abbiamo iniziato a lavorare nella messa a punto del “dispositivo tecnico” che oggi conosciamo con il nome di mediazione linguistico-culturale, nella convinzione che la pratica della mediazione poteva trasformarsi in uno strumento utile al riconoscimento dei valori fondamentali e alla tutela delle differenze culturali, entro il quadro dei diritti fondamentali della persona. Due premesse: 1. Lavorare sulle rappresentazioni o sulle emozioni 2. Lingua materna/lingua di cultura Riguardo il primo punto, abbiamo in più occasioni sostenuto che il mediatore linguistico-culturale lavora sulle rappresentazioni (rappresentazione del corpo, concetto di salute e di malattia, percezione del rischio,ecc.) In relazione al secondo punto riportiamo due posizioni contrapposte riguardo agli effetti dell’uso della lingua materna: “La lingua possiede il potere di evocare l’universo fisico, affettivo, conoscitivo ed esperienziale del suo locutore. Questo universo è lo sfondo strutturale in cui è contenuta l’esistenza di un individuo o di un gruppo determinati… questo sfondo può essere ricostruito solo attraverso l’utilizzo della lingua originaria (la lingua materna) abitata dal paziente” ( Salvatore Inglese) (8). “L’uso della lingua di cultura – o lingua d’accoglienza, possiamo chiamarla come vogliamo – permette al soggetto di esprimere la sua soggettività là dove la lingua materna rifiuta il rimodellamento e la flessione …In altre parole, con il ricorso alla lingua d’accoglienza, il soggetto inventa inconsciamente una procedura che gli permette di dire e di attenuare l’impatto di ciò che dice, una procedura che gli risparmia uno sforzo psichico riguardo all’inibizione o alla rimozione” (Nazir Hamad). Elementi del dispositivo tecnico: 1. I due modelli: il modello triangolare e il modello lineare 2. le precondizioni all’intervento di mediazione linguistico-culturale:contratto di traduzione,segreto professionale,neutralità, consenso 3. il setting 4. le supevisioni

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