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Relazione presente nel Laboratorio:
Antonio Chiarenza
Verso sistemi sanitari "culturalmente competenti": l''esperienza del Migrant Friendly Hospitals
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Antonio Chiarenza, sociologo, Presidio Ospedaliero Reggio Emilia; coordinatore task force Migrant Friendly Hospitals, OMS-HPH
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| Strategie per lo sviluppo di servizi sanitari “migrant-friendly” e culturalmente competenti.
Antonio Chiarenza
Premessa
Lo stato di salute degli immigranti e delle minoranze etniche è spesso peggiore di quello della media della popolazione. Questi gruppi sono più vulnerabili, per la loro condizione socio-culturale svantaggiata e talvolta per le esperienze traumatiche di migrazione e per la mancanza di un adeguato sostegno sociale nei paesi di arrivo. La situazione si aggrava se teniamo conto non solo della popolazione residente già in possesso di regolare permesso di soggiorno, ma anche dei richiedenti l’asilo e gli irregolari. Il rischio maggiore per la salute dei migranti si riscontra infatti quando il viaggio migratorio avviene in condizioni di clandestinità e gli immigrati si trovano a vivere nel paese di destinazione senza documenti. Particolarmente gravi sono le conseguenze del traffico di esseri umani sulla salute, dovute a violenze, maltrattamenti ed abusi sessuali. Inoltre, esclusione sociale, discriminazione, condizioni di vita difficili e povertà hanno spesso un impatto sulla salute mentale dei migranti. Come se non bastasse, la condizione e la salute dei migranti è aggravata dalle difficoltà di accesso alle cure e ai servizi sanitari, infatti anche quando i servizi sono disponibili, i migranti non li utilizzano appieno, perché non ne conoscono o capiscono il funzionamento, o perché i servizi offerti non sono adeguati alla loro cultura e religione.
Ne consegue, che i gruppi minoritari corrono il rischio di non ricevere il medesimo livello di assistenza sanitaria che riceve la media della popolazione a causa delle barriere linguistiche, della diversità culturale, e dell’impreparazione dei professionisti e delle organizzazioni ad agire in modo competente in un contesto multietnico. Un’altro importante ostacolo è rappresentato dal basso livello di health literacy in particolare per quanto riguarda l’uso appropriato dei sistemi di assistenza sanitaria da parte dei cittadini immigrati e dalle minoranze etniche. Gli immigrati spesso mancano delle informazioni necessarie relative all’accesso e al funzionamento dei servizi ospedalieri ed ambulatoriali disponibili o a questioni di carattere generale di salute nel contesto specifico delle diverse realtà locali.
Sempre più le aziende sanitarie devono, quindi, confrontarsi con specifiche vulnerabilità degli immigrati, che rischiano più degli altri di non ricevere un’assistenza adeguata nella diagnosi, nella cura e nei servizi di prevenzione a causa del loro status di minoranza, della loro posizione socio-economica, della difficoltà a comunicare e della scarsa conoscenza del sistema sanitario. Tuttavia, questa disparità nell’accesso alle cure e ai servizi può essere ridotta con la creazione di servizi sanitari competenti sul piano etno-culturale in grado di superare quelle barriere linguistiche e culturali che mettono a rischio l’appropriatezza delle cure e la qualità dei servizi per questi gruppi di minoranza. L'attuale situazione è pertanto ricca di nuove sfide per le organizzazioni sanitarie, ma al tempo stesso rappresenta un’opportunità per migliorare la qualità generale dei servizi e l’orientamento al paziente.
Servizi sanitari “culturalmente competenti”
Per affrontare tali sfide, un gruppo di ospedali europei ha condiviso un percorso progettuale finalizzato a migliorare la qualità dei propri servizi, modificare le proprie strutture e culture organizzative e professionali per divenire organizzazioni “culturalmente competenti” . Ciò significa avere la capacità di agire efficacemente come professionista e come organizzazione all’interno di un contesto di credenze, comportamenti e bisogni presentati dagli utenti immigrati e dalle loro comunità. La riflessione iniziale, che ha orientato le azioni messe in campo dai partner europei, e che ha rappresentato uno scostamento rispetto ad alcuni atteggiamenti iniziali verso il fenomeno migratorio, è stata quella di inserire il tema della salute dei migranti nel quadro più generale delle differenze che caratterizzano la società attuale e della loro connessione con le disuguaglianze di salute e di accesso ai servizi. Si è ritenuto che non fosse adeguato trattare il problema della salute degli immigrati sul piano esclusivamente solidaristico e dell’accoglienza, ma che questo tema andasse collocato sul piano del riconoscimento dei diritti delle minoranze e del bilanciamento fra il principio di uguaglianza formale e le disuguaglianze di fatto, per garantire a tutti un migliore equilibrio delle opportunità. Si trattava, cioè di accettare l’idea che le società europee sono diventate in modo irreversibile delle società multietniche dove la diversità rappresenta la caratteristica principale. La risposta dei servizi non poteva quindi essere pensata come la sola predisposizione di servizi ad hoc per la popolazione immigrata, ma come una serie di interventi finalizzati, da una parte, a migliorare la capacità globale delle organizzazioni sanitarie di rispondere alla diversità in modo competente e, dall’altra, a mettere in grado i cittadini con background etnici e culturali diversi di utilizzare in modo appropriato i servizi e di gestire efficacemente la propria condizione di salute nei nuovi contesti di vita (Khan 2003).
Sulla base di queste riflessioni iniziali i partner europei del progetto hanno poi concordato sui principi che devono essere posti alla base della missione degli ospedali “migrant-friendly”:
• In primo luogo che le persone con origini diverse siano considerate come uguali componenti della società;
• In secondo luogo che si ponga attenzione ai bisogni di persone di origini diverse nello sviluppo e nella fornitura dei servizi;
• ed infine, la necessità che siano riequilibrate le disparità per quelle differenze che impediscono l’accesso e l’utilizzo equo dei servizi ed ostacolano la partecipazione e l’integrazione (pari opportunità).
Questi principi hanno trovato una collocazione ideale nella filosofia che sta alla base del movimento che ha dato origine al progetto europeo Migrant-friendly Hospitals (MFH), la rete degli Ospedali per la Promozione della Salute (Health Promoting Hospitals). Come è noto, l’idea di fondo della rete HPH dell’OMS è quella di attivare e sostenere un processo di ri-orientamento degli ospedali che consenta di aggiungere alle tradizionali attività curative proprie dell’ospedale un nuovo approccio al tema della salute. In particolare, l’obiettivo generale del programma degli Ospedali per la Promozione della Salute è di migliorare la qualità dell’assistenza ospedaliera, incorporando nella struttura organizzativa dell’ospedale, nella sua cultura e nei comportamenti quotidiani i principi, le attività e le azioni strategiche della promozione della salute, intesa come processo che "mette in grado le persone e le comunità di aumentare il controllo sulla propria salute" (Carta di Ottawa, 1986).
La promozione della salute, intesa come processo che metta in grado tutte le persone di raggiungere appieno il proprio potenziale di salute, riducendo le differenze e assicurando pari opportunità e risorse, è stata assunta come cornice concettuale ed operativa di riferimento per gli ospedali migrant-friendly. Secondo questa logica, riequilibrare le disparità che impediscono l’equità nell’accesso ai servizi e alle cure ed ostacolano la partecipazione e l’integrazione significa sviluppare politiche e metodologie operative che rendano i servizi più adeguati alle diversità culturali; migliorino la comunicazione e la relazione col paziente; rafforzino le competenze degli operatori; favoriscano il coinvolgimento ed affrontino le determinanti della salute dei migranti. All’interno di questa cornice concettuale il progetto europeo MFH si è proposto in primo luogo di colmare il divario fra pazienti immigrati e il resto della popolazione mediante misure di empowerment ed azioni di miglioramento allo scopo di modificare gli ambienti e i comportamenti, di superare le barriere linguistiche e culturali e di favorire la partecipazione delle comunità immigrate.
Breve storia del progetto Migrant-Friendly Hospitals
L’idea iniziale del progetto è partita dalla rete HPH dell’Emilia-Romagna che successivamente ha invitato il Dipartimento di Sociologia Medica e Sanitaria dell’Istituto Boltzmann dell’Università di Vienna ad assumerne il coordinamento scientifico . La rete internazionale dell'OMS degli Ospedali per la promozione della Salute (HPH) ha svolto un ruolo importante nel riunire i 12 partner del progetto in rappresentanza di Austria, Danimarca, Finlandia, Francia. Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito. Le organizzazioni coinvolte hanno rappresentato un ampio ventaglio di tipologie di ospedali: dai grandi ospedali universitari metropolitani ai piccoli ospedali locali, dagli ospedali pubblici a quelli privati. Alcuni partner vantavano già, prima del progetto, un'esperienza pluriennale nell'erogazione di servizi a comunità differenziate per composizione etnica, tra cui alcune ben consolidate ed omogenee, altre maggiormente diversificate per la compresenza di gruppi etnici radicati e di immigrati irregolari. Alcuni partner operavano all’interno di un sistema sanitario ben integrato, altri con organizzazioni alquanto frammentate. Il progetto, nato all’interno del programma di sanità pubblica della Comunità Europea ha avuto una durata di 2 anni e mezzo (Ottobre 2002 - Marzo 2005), e si è proposto di rispondere alle priorità evidenziate mediante la messa a punto e la verifica di una strategia che è tipica della cultura degli Ospedali per la promozione della salute (Health Promoting Hospitals) :
• coinvolgere una rete di ospedali pilota in un progetto di benchmarking;
• avviare e valutare un percorso generale di sviluppo organizzativo negli ospedali pilota creando strutture, processi e servizi adeguati alle differenze etno-culturali;
• sviluppare, implementare e valutare interventi efficaci (evidence-based) rivolti a specifici bisogni di promozione della salute dei migranti e delle minoranze etniche.
Nei due anni e mezzo di durata del progetto i 12 paesi europei hanno lavorato in una dimensione di continuo scambio delle esperienze e di verifica degli interventi condotti in parallelo nelle strutture ospedaliere coinvolte mediante l’utilizzo di strumenti comuni di monitoraggio e di valutazione. Sulla base delle analisi dei bisogni condotte a livello locale e comparate a livello europeo il progetto è stato in grado, nonostante le diversità dei sistemi sanitari e dei diversi contesti, di identificare tre aree problematiche prioritarie per i migranti, le minoranze etniche ed il personale sanitario, su cui intervenire:
• le barriere linguistiche e culturali nella comunicazione clinica,
• l’adeguatezza linguistica e culturale dell’informazione e dell’educazione al paziente,
• la competenza degli operatori in ambito interculturale.
L’analisi comparata dei bisogni ha mostrato che barriere linguistiche e culturali nella comunicazione non solo sono causa di limitazioni nell’accesso e nell’uso appropriato dei servizi, ma anche di livelli inferiori di qualità delle cure e dell’assistenza, di bassa soddisfazione del paziente e, in ultima istanza, di risultati di salute peggiori (Bischoff 2003). In secondo luogo, è stato evidenziato come un’informazione ed educazione inadeguata o insufficiente dei pazienti e dei cittadini immigrati sia la causa principale di accessi ed usi impropri dei servizi, di una scarsa compliance e cooperazione durante le cure e dopo le dimissioni, ed in generale di un basso livello di coinvolgimento dei pazienti e delle comunità immigrate (Chiu 2003). Infine, è emerso come livelli bassi di “competenza interculturale” degli operatori siano la causa della presenza di stereotipi e pregiudizi al posto di conoscenze sulla migrazione e del suo impatto sulla salute dei migranti e sui loro comportamenti. Questa carenza comporta una generale difficoltà ad agire efficacemente come professionista e come organizzazione in un contesto multietnico e multiculturale (Cross et. al. 1989).
Gli ospedali europei hanno affrontato le priorità evidenziate dall’analisi comparata dei bisogni con tre sotto-progetti specifici sostenuti da un ampio ed approfondito lavoro preliminare di revisione della letteratura (Bischoff 2003), realizzato dal Forum svizzero per gli studi dei fenomeni migratori dell’Università di Neuchâtel, che è servito ad individuare specifici modelli di buone pratiche. Con i tre sotto-progetti sono state sviluppate, implementate e valutate specifiche soluzioni finalizzate a migliorare:
• i servizi di assistenza linguistica e di mediazione interculturale;
• l’informazione, educazione e l’empowerment del paziente nell’area materno-infantile;
• la formazione di “competenze culturali” per il personale sanitario.
L’obiettivo degli Ospedali pilota è stato anche quello di migliorare in generale la gestione della diversità, sviluppando le proprie strutture e culturale organizzative in modo da divenire organizzazioni accoglienti ed adeguate per gli immigrati ed i gruppi di minoranza. Sulla base delle conoscenze scientifiche, del confronto delle esperienze e dei risultati dei progetti pilota condotti nei 12 paesi partner è stato elaborato un documento programmatico - la Dichiarazione di Amsterdam (www.mfh-eu.net) - che raccoglie una serie di raccomandazioni per i sistemi sanitari nazionali europei utili a realizzare delle organizzazioni “migrant-friendly” e culturalmente competenti.
I servizi migrant-friendly dell’AUSL di Reggio Emilia
Per l’azienda USL di Reggio Emilia la partecipazione al progetto MFH ha rappresentato l’opportunità di offrire una risposta globale e strutturata ai bisogni degli immigrati ed ha innescato un processo virtuoso di sviluppo complessivo dei servizi sanitari e di realizzazione di specifici interventi di miglioramento. Ciò ha comportato, in primo luogo la decisione di includere i principi che descrivono l’essere migrant-friendly e la “competenza culturale” come parte integrante della politica aziendale e del sistema qualità e in secondo luogo, la creazione di una infrastruttura specifica responsabile delle scelte organizzative che hanno un impatto sui migranti e i gruppi di minoranza.
Le azioni di miglioramento rivolte ai bisogni dei migranti, anziché configurarsi come interventi frammentari volti a fronteggiare le emergenze, sono state inserite in un quadro più generale di sviluppo organizzativo. In particolare, si è intervenuti per:
• inserire l’attenzione alla diversità culturale nei documenti di programmazione (mission, sistema della qualità, piano delle azioni, piano di formazione aziendale…)
• migliorare l’accesso ai servizi e alle strutture ospedaliere mediante la produzione di materiale informativo e la predisposizione di segnaletica multilingue;
• superare le barriere linguistiche e culturali mediante la realizzazione di un servizio strutturato e coordinato di mediazione interculturale in grado di servire tutto il territorio;
• sviluppare adeguate procedure di ammissione, ricovero, trattamento e dimissioni;
• migliorare il comfort e l’accoglienza in ospedale fornendo menù adeguati e un supporto alle esigenze spirituali e di culto;
• fornire adeguata attenzione alla continuità delle cure, assicurando i necessari collegamenti con i servizi del territorio e fornendo informazioni sulla gestione della malattia e lo stile di vita appropriato;
• monitorare i bisogni e le potenzialità dei soggetti coinvolti (pazienti, personale sanitario, famiglie, comunità) e l’appropriatezza dei servizi.
• integrare le “competenze inter-culturali” con quelle professionali ed organizzative;
Inoltre, si è ricercata l’integrazione fra servizi ospedalieri e territoriali e fra politiche di sanità pubblica e politiche sociali mediante lo sviluppo di partnership e di collaborazioni fra istituzioni, associazioni sociali, operatori e comunità immigrate. L’avere portato il tema dell’interculturalità al centro delle strategie aziendali ha favorito lo sviluppo di alcuni interventi di miglioramento, in particolare la realizzazione di un servizio centralizzato e coordinato di mediazione interculturale; lo sviluppo di un percorso di educazione delle pazienti immigrate durante il periodo post-parto ed infine, la realizzazione di un modulo formativo per gli operatori.
La mediazione interculturale
L’esperienza maturata durante il progetto europeo ha consentito di costruire un servizio di mediazione interculturale integrato e coordinato centralmente a livello aziendale. Si trattava di estendere la mediazione culturale da alcuni contesti di cura alla totalità dei servizi delle due aziende sanitarie della provincia di Reggio Emilia; e nel contempo scoraggiare l’utilizzo di parenti, amici e personale non qualificato nella comunicazione fra i pazienti immigrati e gli operatori e di migliorare la capacità degli operatori di lavorare con le mediatrici culturali. In particolare si sono volute sviluppare e collaudare modalità di intervento efficaci in grado di rispondere a richieste di interpretariato o di mediazione interculturale differenziate; sia mediante l’utilizzo di interpreti e di mediatori interculturali qualificati, sia mediante l’uso della comunicazione telefonica e la traduzione di materiale informativo. In particolare, è stato avviato un lavoro di co-progettazione con le cooperative sociali del territorio nel duplice intento di realizzare un servizio efficace di mediazione interculturale e di creare delle opportunità di partecipazione e di lavoro per le comunità di immigrati.
L’obiettivo che si vuole raggiungere con questo servizio è di accompagnare la relazione tra immigrati, gruppi di minoranza etnica nei vari contesti di cura e di assistenza, favorendo la rimozione delle barriere linguistico-culturali, la conoscenza e la valorizzazione delle culture d’appartenenza, nonché l’accesso ai servizi e alla qualità delle cure per tutti e inserendo nel contempo questi cittadini nei circuiti ordinari dell’utilizzo dei servizi. Inoltre, il servizio di mediazione interculturale ha il compito di assistere le strutture sanitarie, socio-sanitarie e sociali delle due aziende nel processo di adeguamento e miglioramento delle prestazioni offerte all’utenza multietnica. Il servizio si articola su cinque piani:
1. Diagnosi dei bisogni e delle risorse dell’utente:
• Raccolta dei dati e delle informazioni circa la natura dei bisogni dei pazienti/cittadini immigrati ed appartenenti a gruppi di minoranza etnica.
• Valorizzazione dei bisogni e delle risorse proprie dell’individuo nella elaborazione di percorsi di accompagnamento ed assistenza (es. Attività di coinvolgimento degli immigrati e gruppi di minoranza etnica nell’analisi dei problemi e nell’elaborazione delle soluzioni).
• Erogazione di interventi formativi e di aggiornamento professionale rivolti alle mediatrici/mediatori culturali.
2. Orientamento della relazione utente/servizi:
• Erogazione di interventi informativi/formativi sull’accesso, i percorsi e il funzionamento dei servizi e relative procedure e regolamenti. (Punti informativi dentro le strutture, Corsi rivolti a pazienti e gruppi target, Punti informativi nel territorio, ecc.)
• Erogazione di interventi formativi rivolti al personale dei servizi su come meglio lavorare con le mediatrici/mediatori culturali.
• Traduzione di materiale scritto in sostegno ad un appropriato accesso ed utilizzo dei servizi (es. materiale informativo sui servizi - incluso quello di mediazione interculturale -, segnaletica, ideogrammi, ecc.)
3. Intermediazione linguistica:
• Erogazione di interventi di traduzione linguistica nella relazione utente/i ed operatore/i (con particolare riferimento all’area più strettamente clinica, alberghiera ed amministrativa).
• Assistenza all’operatore nella codifica della domanda espressa (Sportelli Saub, CUP, ambulatori, laboratori, ecc.)
• Traduzione di materiale scritto in sostegno alla comunicazione clinica (consenso informato, questionari anamnestici, lettere di dimissione, ecc.)
4. Mediazione interculturale:
• Erogazione di interventi di mediazione culturale al fine di interpretare i codici culturali (e non solo linguistici) dei soggetti coinvolti nella relazione comunicativa fra utente e operatore e fra gruppi di utenti e di operatori (con particolare riferimento all’area materno-infantile, socio-assistenziale, psichiatrica , della prevenzione e della promozione della salute).
• Erogazione di interventi formativi/informativi a sostegno dell’empowerment del paziente o di gruppi target nella gestione della malattia o della situazione di salute (es. educazione sanitaria, stili di vita, alleanza terapeutica, auto-aiuto, ecc.)
• Erogazione di interventi formativi/informativi a sostegno dell’integrazione sociale presso le comunità di minoranza etnica (es. incontri con le comunità di minoranza etnica)
• Traduzione di materiale scritto in sostegno alla comprensione culturale (es. religione, alimentazione, igiene, sicurezza, ecc.)
5. Riorientamento dei servizi:
• Progettazione condivisa di interventi e di nuovi servizi o miglioramento di quelli esistenti in funzione di necessità specifiche dell’utenza immigrata e di minoranza etnica.
• Creazione di collegamenti stabili con le comunità etniche e con la rete dei servizi del territorio che operano in questo settore.
Le tipologie di interventi di mediazione linguistico-culturale nelle strutture sanitarie prevedono la presenza fissa del mediatore a giorni prestabiliti, l’intervento programmato (settimanalmente), l’intervento urgente (entro 2/3 ore), l’intervento telefonico e le traduzioni scritte.
L’informazione, educazione ed empowerment della famiglia immigrata
La seconda importante area di intervento ha riguardato lo sviluppo di percorsi educativi e strumenti informativi adeguati alle culture diverse a supporto della famiglia immigrata nel periodo post-parto (WHO 1998). Si è deciso di focalizzare l’attenzione su questo periodo poiché esso rappresenta un momento particolarmente critico per la madre, il neonato e la famiglia, sia sul piano fisico che su quello emozionale e sociale. La donna immigrata vive spesso questa fase della maternità in una difficile dimensione di isolamento per via della lontananza dalla propria famiglia d’origine, a cui si aggiungono i problemi di adempimento delle aspettative riguardanti il ruolo femminile definito dalla cultura d’appartenenza in un paese straniero e la scarsa conoscenza delle questioni relative al post-parto e dei servizi esistenti (IOM 2001). Obiettivo fondamentale di questi interventi è stato quello di mettere in grado le donne di prendersi cura di se stesse e dei loro figli rafforzando le conoscenze e competenze personali riguardo la propria salute e quella del bambino e il funzionamento dei servizi.
A questo scopo sono stati realizzati dei corsi educativi e prodotto del materiale informativo per le neo-mamme riguardanti alcuni aspetti specifici della maternità come l’allattamento, lo svezzamento e la genitorialità precoce. Nelle varie realtà distrettuali sono stati messi a punto e sperimentati specifichi interventi rivolti alle famiglie immigrate: strategie di coinvolgimento dei genitori; modalità organizzative dei corsi (tempi, spazi, contenuti, metodi, sostegno ai partecipanti); percorsi formativi (accesso e utilizzo dei servizi; igiene del puerperio e del bambino; educazione sanitaria sulle malattie più frequenti; depressione post-parto..); materiale informativo multilingue (DVD, video, opuscoli, ideogrammi…). In particolare, la presenza comune agli incontri di progettazione degli interventi di operatori ospedalieri e del territorio, con qualifiche diversificate e diverse aree di competenza, comprese le figure preposte all’organizzazione e alla gestione dei servizi, ha permesso di formulare un percorso condiviso di sensibilizzazione degli operatori e di costruzione di una efficace rete di collaborazioni a livello di distretto sanitario.
La “competenza interculturale” degli operatori
L’ultima area prioritaria su cui si è lavorato è stata la realizzazione, l’implementazione e la valutazione di un modulo formativo che avesse come finalità lo sviluppo di competenze adeguate a migliorare la consapevolezza, le conoscenze e la capacità dei professionisti sanitari di operare efficacemente nel contesto multietnico (Anand 1999). A tal fine, si è ritenuto importante fornire agli operatori sanitari conoscenze, abilità ed elementi di consapevolezza utili al miglioramento del processo assistenziale, attraverso un percorso formativo inteso a sviluppare un approccio ed un dialogo interculturale. L’obiettivo è stato quello di superare stereotipi e pregiudizi e conciliare percezioni di salute e credenze differenziati con percorsi di cura efficaci (Betancourt 2002). Gli interventi formativi hanno privilegiato metodologie attive, al fine di stimolare il coinvolgimento e la partecipazione diretta degli operatori e di favorire la possibilità di applicazione delle conoscenze alle concrete situazioni professionali quotidiane. Anche in questa occasione è stato prodotto del materiale informativo specifico ed una bibliografia di approfondimento, sia di carattere generale che relativamente a tematiche di interesse più particolare.
Nel continuare il lavoro iniziato all’interno del progetto MFH, si sta ora cercando di superare l’approccio esclusivamente “culturale” alle questioni connesse all’ immigrazione, in quanto si ritiene che non sia tanto la “cultura” che debba essere messa in primo piano, quanto l’esperienza di migrazione come tale e l’interazione nel contesto di migrazione. Quindi, essere competenti da un punto di vista “interculturale”, non significa ricorrere a “ricette culturali” ed effettuare consulenze e terapie alle cosiddette “culture straniere”, piuttosto è l’individuo che deve essere al centro, con la sua storia individuale e la sua sfera di vita personale. Come ci fa notare Domenig (2001) evitare un atteggiamento “culturalizzante” è, oggi, estremamente importante poiché nella pratica dei servizi spesso si tende a stereotipare i migranti ed a giudicare le situazioni sulla base di pregiudizi e costrutti culturali generici. Tale comportamento va sostituito con un atteggiamento empatico, che si contraddistingua per l’apertura, la curiosità e l’interesse nei confronti dei racconti dei migranti. Sono i migranti stessi, infatti, che possono indicarci la strada verso una maggiore comprensione delle loro storie di vita e di migrazione e, quindi, verso una cura ed un’assistenza più competenti da un punto di vista “interculturale”.
La Task Force Migrant-friendly & Culturally Competent Health Care della rete HPH dell’OMS
Per garantire la sostenibilità dell'iniziativa, dopo la conclusione del progetto europeo, è stata costituita una Task Force degli ospedali “migrant-friendly” all’interno della rete degli Health Promoting Hospitals (HPH) dell'OMS. L’idea di creare una Task Force è nata dal desiderio di continuare a lavorare su queste tematiche in una dimensione di confronto internazionale dopo la chiusura del progetto europeo MFH (Marzo 2005), e di partire da questa esperienza, per favorire la diffusione di politiche e di esperienze e di stimolare nuove collaborazioni ed idee per future iniziative. La Task Force riunisce professionisti e dirigenti dei servizi sanitari, ricercatori e rappresentanti delle comunità con specifiche competenze e conoscenze in grado di orientare le scelte politiche, strategiche ed operative nel settore. In questo senso il gruppo internazionale vuole essere una “comunità di pratica” capace di sostenere lo sviluppo e l’attivazione di buone prassi, servizi di qualità, attività di ricerca e competenze per affrontare le disuguaglianze nei servizi sanitari a livello locale, nazionale ed europeo. In particolare the Task Force si propone di:
• affrontare le questioni relative alla diversità etno-culturale nei servizi sanitari;
• continuare a rafforzare il focus sulla salute dei migranti e dei gruppi di minoranza con l’approccio della promozione della salute;
• promuovere il miglioramento della salute attraverso la condivisione di buone politiche e pratiche;
• favorire la cooperazione e le alleanze fra le reti che si occupano di queste problematiche;
• sostenere le organizzazioni sanitarie coinvolte nello sviluppo delle competenze necessarie alla realizzazione ed erogazione di servizi accessibili a pazienti appartenenti a comunità etnche diverse;
• contribuire allo sviluppo di attività di ricerca e di progetti su specifiche aree prioritarie, finalizzati a creare percorsi assistenziali e servizi adeguati al contesto multiculturale;
• agire da “think tank” per la discussione e il confronto sul tema delle diseguaglianze di salute connesse alle differenze socio-etno-culturali a livello locale, nazionale ed internazionale;
Per raggiungere questi obiettivi la Task Force MFCCH ha dato vita a sei gruppi di lavoro che hanno il compito di sviluppare conoscenze e raccogliere esperienze esemplari sui seguenti temi:
1. La qualità dei servizi e delle politiche aziendali nel contesto multietnico
2. La formazione delle competenze interculturali degli operatori sanitari
3. La comunicazione interculturale nei servizi sanitari
4. L’informazione, educazione ed empowerment dei pazienti e delle comunità
5. Il ruolo della ricerca e della valutazione nello sviluppo di cure e servizi appropriati
6. La psichiatria transculturale.
La partecipazione alle attività della Task Force è liberà e può realizzarsi su due livelli: quello di semplice adesione alla rete di comunicazione internazionale che consente di ricevere informazioni sulle attività in corso, e quello di coinvolgimento diretto nel lavoro dei gruppi. Per ricevere informazioni a riguardo è possibile rivolgersi al Centro della rete HPH Emiliano-Romagnola che ha l’incarico di coordinamento generale della Task Force. (info: antonio.chiarenza@ausl.re.it).
Conclusioni
Diventare delle organizzazioni “migrant-friendly e culturalmente competenti”, in grado di servire in modo equo le diverse comunità di riferimento, è un percorso fattibile, ma non semplice che richiede il contributo di più soggetti: i decisori delle politiche sanitarie, le direzioni aziendali, i professionisti sanitari, i rappresentanti dei pazienti e delle comunità etniche ed infine i responsabili della ricerca in ambito sanitario. Per realizzare tale progetto è utile fare riferimento ad alcuni punti chiave che sono stati individuati dall’esperienza MFH. In primo luogo è importante sottolineare che la realizzazione di organizzazioni sanitarie “migrant-friendly” non significa altro che investire in servizi maggiormente individualizzati e orientati alla persona per tutti i pazienti, così come per le loro famiglie. In secondo luogo è bene rendersi conto che accrescere le conoscenze riguardo le esperienze di migrazione, le disuguaglianze e le disparità di salute esistenti, è un passaggio fondamentale per promuovere cambiamenti nei processi di comunicazione, nella routine organizzativa e nell'allocazione delle risorse. In terzo luogo è necessario tenere sempre presente che focalizzare l'attenzione sulla diversità etno-culturale comporta il rischio di creare stereotipi, poiché l’origine etnica, il retroterra culturale e l’appartenenza religiosa sono solo alcune delle molte dimensioni che caratterizzano la complessità degli esseri umani. Infine, sviluppare alleanze con le organizzazioni di comunità locali ed i gruppi di tutela, che conoscono le problematiche dei migranti e dei gruppi di minoranza etnica, è una strategia importante per facilitare lo sviluppo di sistemi di erogazione dei servizi più appropriati sotto il profilo culturale e linguistico.
Bibliografia di riferimento
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Betancourt, Joseph et al. (2002): Cultural competence in health care: Emerging frameworks and practical approaches. New York: The Commonwealth Fund
Bischoff, Alexander (2003): Caring for migrant and minority patients in European hospitals - A review of effective intervention. Swiss Forum for Migration and Population Studies, Neuchatel and Basel
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Chiarenza, A. (2005): “Il progetto Migrant-friendly Hospital: un’iniziativa di promozione della salute degli immigrati e delle minoranze etniche” in “Manuale di sociologia della salute: spendibilità” Vol. 3, F. Angeli, Milano, pp. 214-230
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