| Bisogni di mediazione nell’area ostetrico ginecologica
L’esperienza del nostro ospedale nell’area materno infantile è per certi versi unica ed ha pochi eguali in Italia se non nelle grandi aree metropolitane del nostro paese: è un momento privilegiato dove l’incontro fra culture attorno ad un evento, la nascita, mette in gioco l’intero universo di credenze,abitudini morali,modi di essere,filosofie di vita, che accompagnano ogni esistenza umana.
I dati dimostrano come Prato sia il secondo punto nascita della Toscana e come la ripresa della nascite fin dal 2000 sia costante,infatti lo scorso anno abbiamo avuto 2401 nascite contro le 2372 del 2003 e così via;ci dimostrano anche,
come l’area materno infantile offra un significativo spaccato del cambiamento che la nostra società sta vivendo, in relazione ai flussi migratori e di come il nostro punto nascita sia indubbiamente un mondo di molti colori.
Il lavoro quotidiano di tutti gli operatori afferenti all’area costituisce il luogo comune di un percorso di scambio interculturale ed interetnico, non facile da costruire ed interpretare e dove emergono difficoltà e bisogni di mediazione sociale e culturale non sempre di facile lettura.
Ma veniamo nello specifico.
Esaminerò i bisogni di mediazione nell’area ostetrico ginecologica rispetto a due momenti del percorso nascita uno è il tempo della nascita,il parto;l’altro è il prima e dopo parto.
Le etnie più presenti nel territorio pratese e che partoriscono nel nostro ospedale appartengono a 6 gruppi: cinesi,albanesi,nord e centro Africa mediorientali(Pakistan,Bangladesh,Srilanka),cittadini dell’Est Europeo.
Caratteristico è stato il concentrarsi di questi cittadini immigrati in gruppi etnici prevalenti, con una minor frammentazione rispetto ad altre parti d’Italia e dunque una maggiore capacità di creare,forse, reti di supporto.
Ognuno di questi gruppi ovviamente è portatore di modelli culturali e sociali assai diversi e la donna migrante ne è la portatrice. Avere un figlio è una grande sfida che si pone davanti a tutte le donne,nella nostra esperienza di ostetriche non sempre la mediazione che permea e colma le intenzioni si rivela efficace e semplice.
Ci troviamo infatti di fronte a madri immigrate e non sappiamo che cosa può significare questo figlio nel loro progetto migratorio: avere un piccolo che può appartenere contemporaneamente al qui e al laggiù, può riportarle fortemente al tema della separazione dalle origini e alla perdita degli oggetti affettivi e di riferimento; oppure il nuovo nato può rappresentare un cambiamento di prospettiva all’interno della famiglia migrante, un vero e proprio “ancoraggio” nel paese ospitante e forse il loro autentico progetto per il futuro.
Negli anni gli operatori del materno infantile hanno dovuto con gli strumenti a loro disposizione, cercare di adattarsi, assecondare tante situazioni diverse, o assimilare parole o gesti per cercare di fare da ponte verso l’altrui comprensione;a volte però è emerso un profondo disagio nel non riuscire a trovare un canale, per far passare parole ed informazioni che avrebbero potuto lenire il senso di solitudine e isolamento che si intuiva.
Ma non ci poteva bastare e forte abbiamo sentito la necessità di formarci per conoscere e capire, per giustificare comportamenti spesso incomprensibili, per accogliere, il tutto in una visione olistica delle cose che caratterizza la nostra professione.
In questo percorso di sensibilizzazione e aggiornamento,oltre all’importante introduzione nell’ambito ospedaliero della mediatrice culturale(per ora solo cinese) figura che si occupa anche e specialmente di trasmettere e spiegare le motivazioni e non semplicemente tradurre; un aiuto apprezzabile ci è venuto dall’Albero della Salute, sia con la formazione all’interno dell’azienda sia con i suoi laboratori pubblici
Questo cammino formativo-culturale ci ha portato ad analizzare più in profondità, ciò che può essere condiviso da tutte le culture, riguardo ai ruoli, i saperi e i poteri attorno alla nascita, per ricavarne ricchezza e per evitare di entrare nel tunnel del giudizio di quello che è meglio o peggio, e con questa ricchezza di valori ,con un profondo rispetto di ogni cultura, con il linguaggio non verbale delle pratiche che crea comunicazioni tra saperi , si rafforza quello che è il nostro obiettivo professionale:dare ad ogni donna un giusto parto per lei,una esperienza bella e sanificatrice di ogni disagio.
Parliamo ora del prima e dopo parto.
Durante la gravidanza o dopo il parto trascorso il breve periodo in ospedale, le donne, ritorneranno dentro il loro “piccolo mondo riprodotto”spesso copia di quello di origine e chiuso in gruppi della stessa etnia e vivranno il contatto con il loro bambino nella modalità delle loro cure,sempre troppo distanti da quelle occidentali.
Di nuovo questa sensazione di chiusura,questo impatto con il mondo degli immigrati al femminile dove il senso di precarietà, spesso porta ad un chiusura della donna,in un suo mondo fatto di memoria.
Non si può ignorare come di fronte ad una certa facilità di adattamento ai modelli occidentali degli immigrati “le rappresentazioni più resistenti ad ogni tipo di cambiamento rimangono quelle relative alla donna e alla famiglia”(N. Diasio 2000,p.123)
Come fare a creare una rete di accoglienza,che prenda in carico in modo più completo queste donne “sospese” ,una rete che integri i loro bisogni nel nostro tessuto sociale senza che ci sia il sacrificio dell’abbandono dei loro valori.
Come fare a favorire un approccio interculturale ai processi di salute ed agli stili di vita, ed alimentare un processo di costruzione e responsabilizzazione della salute,fondato sul rispetto e la fiducia.
Per le caratteristiche della nostra popolazione immigrata si potrebbe pensare, tenendo conto della presenza e funzionalità di alcuni servizi, quali i Consultori Familiari ed anche le Società della Salute, a degli spazi di mediazione educativa, come già vi sono nel nostro paese (Veneto,Lombardia), dove il percorso di avvicinamento tra culture porti all’offerta di momenti di incontro con connazionali, affinché l’impatto con il nuovo possa essere assunto a piccole dosi, attraverso una iniziale cornice di continuità e dove soprattutto, gli operatori del paese ospitante non possono altro che offrire una cornice culturale esterna.Penso ad esempio a un servizio di cura per bambini italiani ed immigrati, un laboratorio del tempo,dove le donne autoctone o non raccontino ai bambini la storia dei nonni, o la grande avventura della migrazione;oppure a momenti di acquisizione linguistica dove si imparano le parole dei “chiaroscuri”dell’affettività che permette la comunicazione con i bambini.
Con piacere ho visto e condiviso in questo , come anche in progetti europei si ipotizzino corsi per gestanti immigrate,dove si incontrano donne di provenienza diversa ma che parlano la stessa lingua, con la mediatrice e l’ostetrica.
Questi corsi oltre a rappresentare dei possibili contenitori culturali,potrebbero diventare un’occasione per uscire dalla solitudine;per valorizzare il sapere delle donne e delle pratiche di accudimento dei bambini nel loro paese;dove oltre all’assistenza perinatale viene impostata una vasta azione informativa e preventiva riguardo alla contraccezione per la prevenzione delle IVG ripetute(tenendo conto delle caratteristiche religiose,culturali dei diversi gruppi etnici) alle vaccinazioni dei piccoli; per informarle ed aumentare la loro possibilità di orientamento nei nostri servizi.
Un investimento per il futuro dunque, perché sostenere e comprendere le donne significa raggiungere e tutelare la trasmissione dei “saperi” alle nuove generazioni per arrivare finalmente ad una integrazione evolutiva con beneficio di tutte le parti in causa.
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