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Relazione presente nel Laboratorio:

Giuseppe Cardamone* e Fabio Bracci**

Salute mentale di comunità e fenomeni migratori: l’esperienza del Dipartimento di Salute Mentale di Prato

*Psichiatra, Dipartimento di Salute Mentale, Azienda USL 4 Prato
**Ricercatore sociale, Prato


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Salute mentale di comunità e fenomeni migratori:
l’esperienza del Dipartimento di Salute Mentale di Prato

In questo breve testo verrà descritta l’esperienza di presa in carico di cittadini migranti da parte del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Usl n. 4 di Prato. L’obiettivo consiste nel presentare sinteticamente il lavoro compiuto in questi ultimi anni e la direzione nella quale si stanno muovendo l’operatività e le pratiche assistenziali.
Da questo punto di vista occorre sottolineare che la realtà pratese non si trova al grado zero della riflessione e della pratica: al contrario questa città (e la sua provincia) si sta affermando già da diverso tempo su questi temi come un laboratorio di riflessione e di elaborazione del pensiero sui modi dell’incontro tra alterità culturali nell’ambito dei servizi di salute mentale operanti nella comunità (Zorzetto S., Inglese S., Da Prato M., Cardamone G., 2002).
L’esperienza che si va compiendo si fonda sull’intreccio tra la pratica operativa nel servizio da un lato e la riflessione teorica e la ricerca dall’altro. L’intenzione è concreta: innovare le pratiche dei servizi e soprattutto individuare i livelli e le strutture più idonee per affrontare interazioni che presentano criticità assai diverse da quelle usuali.

La strategia: pratiche di salute mentale di comunità

Il dato di partenza del nostro ragionamento è rappresentato dalla constatazione che i processi di acculturazione in cui sono ingaggiati i migranti sono segnati dall’espianto progressivo dal loro quadro culturale originario, fatto che, da solo, determina un’effettiva fragilizzazione (vulnerabilità) delle difese personologiche messe a disposizione dell’individuo dal suo mondo di appartenenza (Cardamone G., Inglese S, 1998). La cultura dota infatti ogni suo membro dei mezzi cognitivi, affettivi, comportamentali e, latamente, assiologici che gli permettono di fronteggiare le congiunture critiche. Il fenomeno migratorio espone il migrante ad un rischio di erosione, se non addirittura di totale privazione, di tali risorse.
In questo quadro la nostra riflessione e le conseguenti ricadute pratiche sull’operatività del servizio individua il proprio referente concettuale e strategico nelle politiche di salute mentale di comunità (Cardamone e Zorzetto, 2000). Si tratta di un vertice osservativo che considera come centrali i molteplici gruppi che si costituiscono e le reti che eventualmente vengono create fra questi gruppi in relazione alla formulazione della domanda di accesso al servizio, sia nei termini della sua concreta formulazione (come si attiva il rapporto con l’istituzione? Come si realizza l’accesso? Chi, eventualmente, lo media?) sia nei termini del suo significato. Si possono cioè individuare dei microsistemi gruppali che si costituiscono seguendo la logica delle catene migratorie, così come dei livelli sistemici di grado più elevato che progressivamente si costruiscono sulla base di legami formali e/o informali (es.: associazioni di immigrati, oppure i luoghi di culto, fino alle consulte comunali o provinciali). Ognuno di questi livelli sistemici svolge una funzione di relais sia rispetto al luogo di vita che rispetto al luogo di origine. Prendere in considerazione questo livello di analisi permette in particolare di analizzare i percorsi terapeutici e le reti (conosciute, immaginate o impensate da parte dell’operatore) fra terapeuti e fra sistemi terapeutici mutuamente estranei.
Significa essenzialmente comprendere le intenzionalità e le conoscenze che tali livelli sistemici esprimono al momento di un evento critico che interessa un proprio membro. La situazione clinica riceve infatti una prestrutturazione, se non il suo stesso darsi, da quanto succede a monte dell’incontro.
All’interno di quest’ottica, i programmi di salute mentale di comunità trovano una loro prima ragione di utilità nel rendere attivabili e attingibili tutta una serie di canali di accesso ai servizi. In questo senso, dal nostro punto di vista, l’alterità culturale si inserisce pienamente nella cornice pratica della SMC che vede chiamati i servizi ad esprimere funzioni di interazione con, e di attivazione dei, gruppi comunitari. La SMC si prefigge, infatti, di promuovere la costruzione di gruppi sociali reali, così come di interagire con quelli che “naturalmente” si costituiscono nel territorio. Con quei gruppi, cioè, che creano rapporti variamente strutturati di interdipendenza fra le persone, a partire da un qualche tipo di intenzionalità e che comunque e sempre riproducono un certo assetto culturale (e cioè, prassi sociali, forme dello scambio, ideologie, confini identitari, azioni tecniche…). Date queste premesse teoriche, si è cercato di sviluppare un patrimonio conoscitivo multidisciplinare, in grado di coniugare il lavoro clinico con gli strumenti del sapere sociologico ed antropologico e di migliorare la comprensione del versante soggettivo dell’esperienza delle persone migranti che si rivolgono al servizio e delle comunità a cui appartengono in funzione di una più efficace presa in carico.

Attività svolte

Queste scelte di fondo hanno garantito l’unitarietà delle attività intraprese, che si sono articolate in una serie di ambiti strettamente interdipendenti:
1- attività formativo-culturale permanente;
2- attività di rete e collegamento nazionale e internazionale;
3- attivita di ricerca;
4- attività clinica.

1) attività formativo-culturale permanente: si sono strutturate occasioni formative, puntuali e tematiche (convegni, seminari, incontri con esperti, report su ricerche di terreno, intervisioni e supervisioni cliniche, ecc.) riguardanti aspetti differenti della relazione fra salute mentale e società multiculturale; il servizio ha poi avviato un rapporto, privilegiato e organico, con il progetto “L’albero della salute”.

2) attività di rete e collegamento nazionale e internazionale: si sono realizzati scambi e collaborazioni con operatori sanitari operanti sia in Paesi in via di sviluppo (Mali, Senegal, Marocco), sia in Europa ma impegnati nel lavoro clinico con immigrati (Francia). All’interno di queste attività, particolarmente significativa è stata la realizzazione di un progetto di microcooperazione sociosanitaria sulla presa in carico dei pazienti con epilessia nel Cercle di Bandiagara (Mali).

3) attività clinica e di consulenza ad altri servizi (anche fuori dal territorio pratese): è consistito nella promozione e nella realizzazione di un approccio clinico e culturale capace di tenere conto delle visioni di malattia e del mondo di cui è locutore la persona immigrata, così come della rete comunitaria cui questa fa riferimento nel contesto adottivo pratese. Questo sforzo si è calato all’interno di un servizio fortemente caratterizzato da alcune preliminari scelte di tipo politico, tecnico ed organizzativo, tra le quali va segnalata l’apertura del servizio a tutti i gruppi presenti sul territorio, senza ricorrere all’istituzione di spazi e tempi dedicati. Tuttavia, come vedremo meglio dopo, i risultati delle ricerche sull’accesso al servizio ed il progetto in corso che di tali ricerche costituisce l’approfondimento stanno focalizzando la nostra attenzione sui nodi critici – ad un tempo teorici ed operativi – intorno ai quali sta maturando l’idea di istituire un servizio dedicato (Bracci e Cardamone, in corso di stampa).

4) attività di ricerca e produzione scientifica: tale attività ha registrato nel 2000, in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Farmacologiche M. Negri, una prima ricerca epidemiologica volta a fotografare l’utilizzo dei servizi di salute mentale territoriali e ospedalieri da parte di persone immigrate a Prato.


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