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Relazione presente nel Laboratorio:

Sabina Dal Verme

Maternità e migrazioni: diventare madri lontano dalle proprie madri

Ostetrica universitaria e psicopedagogista, Università degli Studi di Milano, presso Clinica ostetrico-ginecologica Ospedale San Paolo


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Il tema che affronterò oggi si abbina molto bene con la magnifica relazione che ha fatto Corinne stamattina: lei ci ha dato un''idea di come la cultura del singolo individuo sia completamente integrata all''ambiente in cui cresce, si sviluppa e vive.
Il tema che voglio sviluppare è: “diventare madri lontano dalle proprie madri”, al di là degli aspetti più intuitivi come la mancanza del supporto emotivo e affettivo, la nostalgia ecc.. Qui a Prato siete già molto avanti, avete fatto un sacco di cose e quindi queste sono intuizioni già superate. Vorrei, invece, cercare di mettere a fuoco come la cultura sia trasmessa dalle madri, quindi le madri come trasmettitrici di cultura. Abbiamo visto che sin dalla nascita sono le madri che cominciano a manipolare il bambino, a curarlo, non come singole, ma con l’aiuto delle loro stesse madri, cioè le nonne del bambino. Succede sia qui che in tutto il mondo: le donne non sono mai sole, hanno comunque un''esperienza alle spalle, un sapere femminile che ci portiamo dietro e speriamo di trasmettere anche alle prossime generazioni.
La trasmissione della cultura avviene a piccoli passi: la madre presenta il mondo al bambino a poco a poco, prima quello più vicino, il mondo del corpo, il mondo del calore e del nutrimento, poi il mondo della famiglia, delle altre relazioni familiari, poi il mondo più grande dell''asilo nido, della scuola e quindi gradualmente trasmette al bambino (anche attraverso la lingua, come portare il bambino, come curarlo, come maneggiarlo) la visione del mondo del suo gruppo di appartenenza. Il bambino a sua volta interiorizza pian piano il modo di percepire il mondo della madre e costruisce un suo involucro culturale. Questo è un tema importante, perché c''è una cultura esterna, la cultura del gruppo, che attraverso la madre viene interiorizzata dal bambino: la cultura, quindi, non sarà uguale per tutti gli individui perché ogni madre la trasmetterà a seconda di come lei stessa l''ha interiorizzata. Vedremo che, comunque, la cultura interna corrisponde in qualche modo alla cultura della famiglia e della comunità e che questi due aspetti della cultura - quello singolare interiorizzato dalla persona e quello del gruppo - continuano in qualche modo a rafforzarsi a vicenda e quindi a modificarsi, perché nella misura in cui i singoli modificano il loro modo di vedere c''è un''interazione continua e una certa coerenza tra il modo interno del singolo di vedere l''umanità - la nascita, la morte, tutto quello che Corine ci ha illustrato - e il modo in cui il gruppo condivide questa visione, quindi la comunità sostiene la madre nella sua funzione di trasmettitrice della cultura.
Quando si diventa madri nel proprio paese, la maternità è vissuta come un momento di passaggio, di iniziazione, di ricambio generazionale: le donne si appoggiano ai sostegni che la loro cultura offre. In Italia abbiamo le nostre madri, le suocere, le sorelle, le cognate, abbiamo l''ostetrica e il nostro ginecologo, l''equipe del consultorio familiare, l''ecografista, le compagne del corso pre-parto ecc., questo è l’involucro che sostiene la donna italiana che diventa madre. Lei costruirà il suo rapporto con il bambino in modo individuale, secondo quelle che saranno le sue caratteristiche personali, la sua storia e le sue esperienze, ma anche secondo un modello culturale di “buona madre” che coincide con ciò che è considerato essere buona madre nel nostro mondo.
Una mamma che viene da un paese diverso, come diceva Corinne stamattina, ha tutto un suo accompagnamento, vive la gravidanza come il gruppo considera la gravidanza, quindi un momento speciale nella vita della donna, il momento in cui lei raggiunge il suo vero statuto di donna, e se diventa madre di un maschio ancora di più.
Durante la gravidanza viene molto coccolata, le vengono cucinati cibi speciali, i suoi sogni e i sogni di chi le sta intorno vengono interpretati, vengono svolti riti di protezione, c''è tutto un accompagnamento da parte delle donne della comunità. Anche dopo che il bambino è nato questa protezione continua, per cui non è tanto la madre che si occupa del bambino ma c''è sempre qualche altra donna della famiglia che insegna alla madre come accudirlo, come proteggerlo, quali riti fare, come allattarlo, la madre impara tutto dal gruppo delle donne della sua cultura e questo permette al bambino di crescere in un mondo che è coerente con quello della mamma. Per entrambe queste donne, poniamo la donna italiana e la donna marocchina, la maternità è un momento di passaggio, un periodo di vulnerabilità: è intuitivo, è un momento in cui si è più fragili, è una fase di cambiamento, possiamo chiamarla una “crisi”, in cui si ha bisogno del gruppo. In entrambi i casi il gruppo rafforza i comportamenti materni considerati coerenti nelle rispettive culture e quindi permette che il bambino cresca con una solida identità, con un solido involucro culturale, in modo che la sua cultura interiorizzata ed elaborata sarà in qualche modo coerente con la cultura del gruppo e che lui possa crescere armonicamente.
Il contributo che ci ha dato Corine sul come essere madri in culture molto diverse ci è utile per quel processo di decentramento che noi dobbiamo piano piano sperimentare e riuscire ad acquisire, cioè il riconoscere le caratteristiche della nostra cultura in modo da poter accogliere anche le caratteristiche di altre culture. La migrazione rende molto più complesso questo processo perché, fatta per i motivi più disparati, di tipo economico, politico, sociale (ma ci sono sempre anche dei motivi individuali), la migrazione in qualche modo mette la donna in una situazione particolarmente difficile. La nostra esperienza italiana è quella di donne giovani che arrivano da noi ed hanno bambini abbastanza presto, esse vivono il trauma migratorio non tanto come violenza – anche se alcune l’hanno subita - ma come incrinatura, fragilizzazione del loro involucro culturale. Una volta arrivate in Italia, la loro visione del mondo non corrisponde più al mondo esterno e questo rende più fragile la loro sicurezza. Quando diventano madri diventano allora doppiamente vulnerabili: come madri e come portatrici di una cultura interna che non corrisponde più alla cultura esterna. Manca loro il gruppo di donne che l’avrebbero aiutate a decodificare le sensazioni del corpo, i disturbi, mancano le loro madri, la donna si sente disarmata, sola, le manca l''appoggio che avrebbe avuto al suo paese e questo non può essere sostituito dal marito, perché lo statuto del marito nella maternità in molte culture è diverso. La maternità è un problema delle donne, i mariti in Italia di fatto proteggono le mogli e le accompagnano in ospedale, le aiutano a tradurre, ma si sentono spesso molto a disagio, si sentono in un''area che non è degli uomini e questo molto spesso provoca disagio anche nella madre. Anche i padri sono in difficoltà, teniamolo presente. Noi a volte rispondiamo con reazioni emotive ad atteggiamenti magari aggressivi di certi padri, ma credo che dobbiamo fare uno sforzo per capire cosa significa per loro occuparsi di faccende che comunque normalmente non competono loro ma le svolgono per la responsabilità di non lasciare la moglie sola. Tutta la famiglia è molto fragile.
Il parto è un momento di particolare vulnerabilità. Noi abbiamo l''abitudine a lavorare nel rispetto e teniamo presente che ogni donna ha una aspettativa diversa nei confronti del parto ma per quanto noi lo riconosciamo, cerchiamo di essere affettuose con il linguaggio verbale e non verbale, cerchiamo di fare uso di mediatrici per facilitare la comunicazione, dobbiamo tener sempre presente che ci sono molte cose che ci sfuggono, come quelle di cui ci parlava Corine della percezione della minaccia e del pericolo che molte donne vivono al momento del parto, per la possibilità che ci siano degli spiriti che possono attaccare la mamma o il bambino. Tante azioni che noi involontariamente facciamo possono ulteriormente fragilizzare la madre che non si sente protetta. Capita spesso che queste donne vengano tardi agli appuntamenti, non facciano quello che è stato loro prescritto e noi non riusciamo a leggere questi comportamenti al di là delle semplificazioni attraverso pregiudizi e stereotipi, non riusciamo a spiegarceli. Credo che dietro ogni comportamento ci sia una logica, ci sia un motivo per cui quella mamma ha fatto o non ha fatto quella cosa, è solo che a noi sfugge e tante volte le donne non sono in grado di spiegare perché questa cosa le sembra strana o non accettabile, perché non è abituata o non ne è consapevole. Anche noi tante volte abbiamo difficoltà a spiegare quello che facciamo se non dicendo che si è sempre fatto così.
Quindi queste donne migranti vivono una condizione di insicurezza, di confusione. Marie Rose Monroe, responsabile di un centro di psicopatologia del bambino a Parigi, si è occupata in particolare di problemi della seconda generazione ed ha messo a fuoco un termine: la “solitudine laborativa”. Che cosa vuol dire? Che quando il proprio modo di interpretare il mondo non corrisponde più a quello degli altri, ciò dà un senso di insicurezza, di incertezza, di poca fiducia in se stessi. Vi faccio un esempio: io ho vissuto per un certo periodo della mia vita negli Stati Uniti per il lavoro di mio marito, conoscevo un pò di inglese ma mi sentivo completamente stupida perché mi sembrava non solo di non conoscere la lingua e non capire ciò che gli altri mi dicevano, ma di non capire neanche le istituzioni, pensavo di mandare il bambino all''asilo nido e l''asilo nido lì non esisteva, mi sfuggiva tutto un mondo e mettevo in dubbio le mie capacità.
Spesso queste donne fanno fatica a ricordarsi l''appuntamento, e ci dicono: “Ma io non so neanche bene che giorno è, come faccio a tenere l''appuntamento che non riesco neanche ha orientarmi bene nel tempo, non so quanto tempo ci metto ad arrivare da casa all''ospedale”. C''è un''incertezza e una confusione che derivano dal fatto che i propri pensieri non trovano conferma nei pensieri di qualcun altro, e questo dobbiamo tenerlo presente perché è qualcosa che si aggiunge alla tristezza e alla depressione. La depressione è più facile da decodificare, mentre l''essere leggermente confusi nei propri pensieri viene più facilmente scambiato per inattendibilità. Spesso questo disagio viene espresso dal corpo: mal di testa, insonnia, dolori, disorientamento, sono tutte espressioni di questa fragilizzazione. Spesso c''è anche una componente molto difficile da verbalizzare che è la delusione del progetto migratorio: magari le donne si aspettavano dalla migrazione un cambiamento sociale, un cambiamento nel proprio statuto di donne, mentre invece tutto diviene più complicato, le donne si trovano più sole, a volte meno libere di quanto fossero nel loro paese, dove comunque c''era tutta una rete sociale che garantiva il loro modo di vivere.

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